Oltre la piazza: dove serve il placemaking

Un metodo, molti spazi

Fare placemaking significa trasformare uno spazio in un luogo che le persone amano, cercano e vivono.

Si immagina spesso che il placemaking riguardi soltanto le piazze, e in particolare le piazze tattiche: così, nell’immaginario comune, l’urbanismo tattico finisce per coincidere con il placemaking.

In realtà il suo campo d’azione è molto più ampio. Il metodo che propongo si applica a ogni spazio, pubblico o privato, anonimo o già dotato di una propria identità, e vale soprattutto per gli spazi con un potenziale ancora inespresso, che le persone potrebbero amare e condividere molto più di oggi. Anche il britannico What Works Centre for Local Economic Growth, in un briefing del 2024 sulle infrastrutture sociali, include tra i luoghi che aiutano le comunità a costruire relazioni e fiducia spazi molto diversi: negozi, caffè, biblioteche, musei e parchi. Quando rispondono alle esigenze delle persone, questi luoghi possono svolgere un ruolo importante nella vita di un quartiere.

Lo schema di riferimento per fare questo è il Tempio del Placemaking che descrivo nel libro «Placemaking. Creare luoghi vivi, amati e attraenti»: le fondamenta dello spazio fisico, le quattro colonne di mixité, accessibilità, eventi e governance che si collegano, attraverso il fregio della comunicazione, al timpano che rappresenta le persone. A partire da qualunque spazio, questo schema permette di trovare risposte e nuovi margini di azione. Vediamo allora quali luoghi possono trarre valore da un approccio di placemaking.

Piazze e parchi

Le piazze rappresentano il primo campo d’azione, e il più noto. Accanto a loro ci sono i parchi: quando le persone li vivono come luoghi da abitare, e quando offrono servizi e attività che rispondono alle loro esigenze, diventano un terreno straordinario per il placemaking.

Nei parchi il placemaking svolge anche un ruolo educativo. Aiuta le persone a comprendere meglio le risorse naturali, e si rivolge a un pubblico ampio: adulti e bambini, uomini e donne, ciascuno con le proprie esigenze.

Ville storiche, biblioteche e musei

Tra gli spazi pubblici rientrano anche le ville storiche e le biblioteche. Una biblioteca offre il prestito dei libri; quando amplia la propria proposta con formazione, attività ludiche e occasioni di incontro, si trasforma in un centro di aggregazione e diventa più attraente per chi la frequenta.

Anche qui conta conoscere i propri utenti. Uno spazio che costruisce le attività per un pubblico preciso, come le famiglie o gli studenti, diventa il loro punto di riferimento.

Lo stesso vale per i musei. A Mestre, M9 – Museo del ‘900, inaugurato nel 2018, è il cuore di un intervento di rigenerazione urbana promosso dalla Fondazione di Venezia: il progetto apre una nuova piazza e un passaggio pedonale attraverso il chiostro del Convento delle Grazie, animato da caffè e negozi. Al piano terra il museo offre mediateca, auditorium e caffè, insieme a un ricco programma culturale aperto a residenti e turisti.

Negozi, edicole e ospitalità

Lo stesso principio vale per gli spazi privati. Una libreria per bambini che, oltre alla vendita, offre attività, servizi e attrezzature dedicate a bambine e bambini diventa una destinazione per le famiglie.

Mi è capitato di vederlo accadere in Brianza: un negozio per l’infanzia inventa corsi di yoga, gruppi di lettura e mette a disposizione biciclettine e trattorini, e i bambini giocano nel cortile del negozio. L’attività principale resta la vendita, e queste proposte la accompagnano e la valorizzano.

Anche un chiosco può diventare un luogo. A Milano, AEdicola Lambrate ha rilevato la vecchia edicola di via Conte Rosso e la usa per mostre, residenze artistiche e concerti, con un obiettivo dichiarato dagli ideatori: restituire al quartiere un punto di riferimento. Gli eventi si svolgono sul marciapiede, con le persone raccolte attorno al chiosco. A Torino, nel quartiere Aurora, EdicolArte, progetto dell’artista Rosy Togaci, rinnova ogni sabato un’edicola abbandonata e la trasforma in una galleria a cielo aperto.

Il ragionamento si estende a ogni merceologia, dall’abbigliamento all’alimentare alla ristorazione. Quando uno spazio commerciale si attrezza con elementi anche insoliti, frutto di pensiero laterale, e propone arredi, servizi, momenti culturali, incontri e musica, risponde alle esigenze delle persone che lo frequentano e di quelle che potrebbero frequentarlo.

La stessa logica vale per l’ospitalità. Combo, a Milano, occupa una casa di ringhiera sui Navigli e riunisce ostello, bistrot, caffè, spazio per eventi e coworking. Nelle altre sedi, come l’ex caserma dei pompieri di Torino e l’ex convento dei Crociferi a Venezia, il progetto recupera edifici dismessi e avvicina viaggiatori e cittadini.

Il placemaking nei centri per uffici

Un altro ambito riguarda i centri direzionali, dove più aziende convivono e hanno sede nello stesso edificio. Qui una gestione unitaria diventa la strada per promuovere e attivare gli spazi.

Chi frequenta il centro per ragioni di lavoro trova così motivi per affezionarsi al luogo, e vive anche il tempo prima e dopo l’orario d’ufficio negli spazi intorno. Per la proprietà, il servizio di gestione diventa uno strumento di valorizzazione.

Per chi ci lavora cambia la prospettiva: oltre a essere dipendenti di un’azienda in affitto, diventano le persone a cui il luogo dedica servizi, attività e attenzione.

Broadgate, a Londra, mostra questo passaggio su larga scala. Nato nel 1986 come distretto di uffici della City, oggi la proprietà, British Land, lo gestisce come un quartiere: secondo l’azienda, gli spazi aperti ospitano oltre cento eventi culturali all’anno, rivolti a chi lavora e a chi visita, e un responsabile dell’impatto sociale mette in relazione le aziende con le realtà del territorio.

Il placemaking negli spazi dismessi: il Baleno a Verona

Il placemaking trova applicazione anche negli spazi dismessi. Lo spazio Baleno, a Verona, nasce come mercato comunale di un quartiere INA, e la sua centralità si legge già nell’impianto urbanistico.

Con il tempo quella centralità si è persa, e per una trentina d’anni lo spazio è rimasto abbandonato. Poi alcuni abitanti e professionisti hanno deciso di dedicarsi a questo luogo. Hanno avviato la riqualificazione architettonica e la ristrutturazione, e insieme hanno lavorato sulla dimensione intangibile dello spazio. 

Il primo passo è stato il nome, scelto insieme: l’edificio ricordava una balena, e così è nato Baleno. Da lì lo spazio si è riempito di corsi, incontri, ambienti a disposizione delle persone, aree gioco e una ciclofficina.

Quando qualcuno si prende cura di uno spazio e costruisce una visione per gestirlo, trova gli strumenti per valorizzarlo e lo riempie di contenuti e attività. Così diventa un luogo vivibile e vissuto. Oggi il Baleno è un vero centro culturale gestito dagli abitanti.

La comunicazione

In tutti questi casi la comunicazione è la condizione perché l’operazione funzioni. Deve essere importante e bidirezionale, e va oltre la semplice informazione.

In una direzione accompagna e raggiunge gli utenti, e racconta che cosa si fa e che cosa si offre. Nell’altra raccoglie dalle persone bisogni, desideri e riscontri, e permette a chi gestisce lo spazio di adattare l’offerta nel tempo. Così chi frequenta il luogo diventa parte del suo racconto.

Le risposte del placemaking

Se ripercorriamo gli esempi, ritroviamo alcune situazioni ricorrenti. A volte lo spazio offre un solo servizio e un solo motivo di visita, come la biblioteca legata al prestito o il negozio legato alla vendita. A volte le persone lo frequentano per necessità, per lavoro o per logistica, e ripartono a fine giornata. Altre volte custodisce risorse che attendono di essere conosciute, come il patrimonio naturale di un parco, oppure ha perso la centralità che aveva, come è accaduto al Baleno. Spesso lo spazio fisico c’è già, e quello che serve è la sua parte intangibile: un racconto che gli dia senso e relazioni che lo facciano vivere.

Davanti a queste situazioni, le risposte del placemaking seguono due strade. 

La prima è l’attivazione, che dà vita agli spazi vuoti o poco usati: quando allo spazio mancano persone, usi, servizi, comfort o riconoscibilità, il rischio è il vuoto, con il degrado, l’insicurezza e l’irrilevanza che porta con sé. Il placemaking allora fa nascere una domanda d’uso e una relazione positiva con il luogo.

Nel 2023, lo stesso What Works Centre ha pubblicato un briefing sugli spazi pubblici, secondo cui spazi più attrattivi e accessibili possono richiamare più persone e favorire gli incassi delle attività vicine. Per ottenere questi risultati, gli interventi devono rimuovere gli ostacoli che tengono lontane le persone. Per questo il placemaking parte dall’ascolto di chi vive il luogo, essenziale per individuare i bisogni reali e le barriere da superare.

La seconda strada è l’orchestrazione, che aiuta pubblici diversi a convivere quando lo spazio è già vissuto da molti: le persone ci sono, ma usi, tempi e interessi entrano in contrasto, e il rischio diventa il conflitto, con congestione, esclusione e un’esperienza che si deteriora. Il placemaking allora fa coesistere pubblici diversi con qualità, equità e chiarezza, come nel centro per uffici dove convivono più aziende.

Nel mondo si sono realizzate molte esperienze di placemaking che hanno applicato gli stessi principi a stazioni e fermate, cortili scolastici, ospedali, cortili condominiali, spiagge e lungofiumi, fabbriche dismesse e luoghi dello sport.

Il placemaking serve a chiunque gestisca uno spazio e voglia trasformarlo in un luogo.

Il punto di partenza cambia, il metodo resta lo stesso. Le colonne del Tempio poggiano sulle fondamenta dello spazio fisico, il fregio della comunicazione le racconta, e insieme portano l’esperienza del luogo fino alle persone. Ogni volta che uno spazio possiede più potenziale di quanto le persone vi riconoscano oggi, c’è un lavoro di placemaking da fare.

Domande frequenti

Che differenza c’è tra placemaking e urbanismo tattico?

L’urbanismo tattico lavora con interventi rapidi e temporanei, spesso su piazze e strade: molti colori a terra, delle fioriere e qualche seduta. Il placemaking guarda al quadro intero e accompagna uno spazio fino a farlo diventare un luogo vissuto. L’urbanismo tattico può essere uno dei suoi strumenti.

Si può fare placemaking in uno spazio privato?

Certo. I casi di questo articolo lo mostrano: una libreria per bambini, un’edicola di quartiere, un ostello, un centro per uffici. Il metodo resta quello degli spazi pubblici: attività, servizi, una gestione attenta e una comunicazione che arriva alle persone.

Valeria Lorenzelli è autrice di «Placemaking. Creare luoghi vivi, amati e attraenti», premio di saggistica economica e sociale del Sole 24 Ore. Nel libro propone il Tempio del Placemaking come modello per l’Italia. Cura il canale Placemaking · Italia.

Questo articolo è pubblicato su Placemaking · Italia

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